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Tuesday, 19 January 2021

Attico Terentio Probo "Jericho"


Che si può dire di un soldato che non sia già racchiuso nel titolo che lo definisce?

 Non è forse la vita più illustre quella che conduce un giovane a divenir tribuno a vent’anni secondo il nostro rispettabilissimo cursus honorum e vi è forse qualcosa di un valore maggiore della stima dei legati legionii quando si è poco più che un puer?

 Il praetor Attico Terentio si massaggiava il mento mentre camminava lentamente, con la schiena ben retta, all’interno delle sue stanze. Aveva da poco intrapreso la realizzazione di un suo memoriale, la cui messa per iscritto spettava a Gneo Quinto, uno scriba dall’aggraziata e raffinata calligrafia.

 Ogni volta che svolgeva le sue mansioni all’interno della città o doveva presenziare al cospetto di un sottoposto, fosse esso un milite, uno scriba o una concubina, amava usufruire del suo tanto agoniato Ius Togae e si faceva vestire con la toga praetexta dalla sua puella preferita, sfiorava con l’indice il tessuto porpora e ordinava di farlo spazzolare tre volte per lato, si faceva ungere la barba con olio di rose e si regolava capelli e sopracciglia così che assumesse le sembianze di una statua degna della mano di un Fidia e l’autorità di un generale come Cesare stesso. 

Aveva un portamento regale e una voce bassa che fluiva armoniosa come miele nel vino, amava leggere, specialmente le opere degli storici e trovava sempre di che storcere il naso negli scritti di Cicerone su cui però tornava periodicamente. Era da molti riconosciuto come un homo bonus, alcuni lo consideravano un optimates e aveva percorso le tappe della carriera militare nei tempi prestabiliti per potersi considerare orgoglioso dei propri traguardi, come tutti si era arruolato a diciassette anni, era divenuto tribuno a venti, quaestor a trenta ed era stato onorato della carica di edile a trentasei anni che lo aveva portato a spostarsi in un edificio di maggior prestigio per occuparsi degli affari interni di Roma, infine a trentanove anni si era candidato per la posizione di pretore che aveva ottenuto in sei mesi.

 Anche nei vizi era discreto, amava l’opulenza ma non era mai eccessivo o avaro, era circondato da donne ma non fu mai vittima di scandali e preferiva averne poche ricorrenti rispetto a circondarsi di compagnie sempre diverse. 

Possedeva una villa con cinque servitori e sua moglie gli aveva fatto dono di due figli maschi, il suo onore non poteva essere più intoccabile e coloro che lo conoscevano lo consideravano il perfetto esempio di cittadino romano.

 Era solito portarsi sul campo il suo molosso, il compagno più caro con cui aveva passato più tempo rispetto agli altri membri della famiglia e anche quel giorno, nel suo incedere a passo lento e pesante, assorto tra gli aggettivi migliori per descrivere le sue gesta, il buon Aiax gli stava dietro sfiorandogli con l’umido tartufo la mano ogni qual volta Attico si fermasse.

Costanza Emilia Locuple


Oh Paolo, mi struggo, i suoi grandi occhi bruni mi hanno stregato il cuore. Mi sveglio e spero di poter sfiorare i suoi riccioli e che ella mi parli, temo di essere malato d’amore, darei il gladio pur di averla solo per me.

Il giovane Federico Giuliano, accasciato a terra sotto una quercia, discorreva con il commilitone Paolo Attanio dopo aver terminato il pasto, le sue mani si arruffavano tra i capelli e il petto gli pesava come se un soldato lo avesse atterrato per mezzo del suo scudo. Aveva conosciuto Costanza Emilia all’inizio di quella missione, lei gli aveva parlato durante l’allestimento del campo e da allora ogni notte prima di dormire pensava alla sua voce armoniosa marcata da quel delicato accento greco. I soldati più esperti gli avevano riferito che ella era di origini rodesi ed era stata richiesta dal pretore Attico stesso dopo aver sentito parlar bene di lei da un paio di consoli che stimava. 

Pareva essersi costruita la sua carriera di donna da compagnia con le sue proprie forze, a vent’anni già godeva di una buona fama nel circolo militare e nonostante la professione che praticasse era ben ambita tra gli uomini. 

Per Costanza però gli uomini erano un ludico passatempo e la facilità con cui i giovani arruolati cadevano ai suoi piedi la divertiva e incuriosiva non poco. Era ben abile nei discorsi e sapeva farsi amare da chiunque fosse il suo interlocutore. Le sue conoscenze sulla vita mondana, le opere letterarie più rilevanti degli ultimi tempi e del programma degli spettacoli teatrali le rendevano il conversare un semplice e piacevole diletto. 

Amava i miti e le storie di fantasia e conservava con cura ninnoli orientali. 

Si bardava di toghe color porpora attirando a se le attenzioni e i giudizi degli aristocratici, quel suo modo di vestire aveva dato origine a voci discordanti, alcuni la consideravano la figlia di una nobile famiglia ora caduta in rovina, altri la additavano come maladonna e la guardavano con disprezzo. 

In molti erano caduti in rovina per colpa di un’infatuazione ed era per lei comune svegliarsi e trovarsi lettere, poesie e fiori da un qualche giovane, taluni si erano anche spinti a proporle di sposarli e avevano ricevuto una trafila di scuse e frasi vaghe con cui Costanza evitava il matrimonio ma manteneva abbindolato il pretendente. 

Il buon Paolo Attanio, di un paio d’anni più vecchio del suo giovane amico sapeva bene di che pasta era fatta Costanza e guardava Federico Giuliano con pena. Molte volte si era intrattenuto in discussioni superficiali con lei e le altre donne del campo ma era riuscito a evitare di cadere nella sua rete, si dispiaceva per l’amico a cui sarebbero toccati mesi di tensioni e sofferenze per colpa di quella donna dallo sguardo accattivante.